Bronislaw Malinowski è il padre del metodo etnografico, ovvero della moderna metodologia alla base del lavoro antropologico. Eppure, naque nel lontanissimo 1884! È un personaggio che mi piace molto, perché ha insegnato ai suoi successori che, per conoscere una popolazione, bisogna vivere a contatto con essa, e, cosa ancora più importante, conoscerne la lingua.
Questa esigenza è dettata dalla necessità per un antropologo di evitare l’intermediazione di improvvisati interpreti e di capire, quindi, senza bisogno di ulteriori spiegazioni, conversazioni quotidiane, riti, formule magiche e quant’altro.
Tutto ciò significa, in una parola, impegnarsi in un costante lavoro di traduzione. Cosa significano quelle parole, quelle espressioni? Perché vengono utilizzate proprio quelle e non altre? Qual è il loro contesto? Domande che un traduttore si deve porre sempre, quando analizza un testo. La differenza sta soltanto nella tipologia testuale.
È un’immagine molto affascinante, quella dell’antropologo che ascolta le conversazioni di una comunità e le vede come pagine di un libro ancora tutto da capire, trasporre e tramandare, non trovate?
