“Title”, ovvero l’incredibile storia di un titolo!

I film, come ogni opera d’arte, andrebbero goduti per come sono stati concepiti e realizzati: l’ideale sarebbe vederli tutti in lingua originale. Questo non è sempre possibile, putroppo. Quando poi ci si mette di mezzo chi decide il titolo della versione in italiano, la frittata è fatta. Non sempre, è vero: alcuni titoli italiani, secondo me, sono quasi più belli di quelli originali. Ad esempio, Il profumo del mosto selvatico (A walk in the clouds), Mamma ho perso l’aereo (Home alone), Una settimana da Dio (Bruce Almighty, ma effettivamente in inglese non era possibile il gioco di parole). O, forse, ci siamo solo abituati a sentire questa versione!
Tuttavia, altri titoli lasciano veramente perplessi…Solo alcuni esempi:
Fatti, strafatti, strafighe (Dude, where’s my car? …per chiunque abbia visto il film, fa molto più ridere il titolo originale)
Maial college (Van Wilder, un nome proprio…però il titolo italiano rende più l’idea!)
Non aprite quella porta (The Texas Chainsaw Massacre…okay, non si poteva tradurre letteralmente, ma magari si poteva stare un po’ più vicini!)
L’altra metà dell’amore (Lost and delirious: l’originale esrprime un giudizio molto più negativo, tacendo invece la tematica dell’amore omosessuale)
L’enigma di Kaspar Hauser (Jeder für sich und Gott gegen alle, cioè “ognuno per sè e Dio contro tutti”: non l’ho visto, ma mi ha colpito parecchio la trasformazione! Forse è stata fatta una traduzione letterale del titolo inglese)
Onora il padre e la madre (Before the devil knows you’re dead)
Se mi lasci ti cancello (Eternal Sunshine of the spotless mind: la versione italiana inserisce automaticamente il film nel filone delle commedie romantiche, avviato, penso, con “Se scappi ti sposo” -in inglese “Runaway bride“!-)
Ti odio, ti lascio, ti… (The break up: vedi sopra)
Terapia e pallottole (Analyze this)

Come commentate? Avete altri titoli per allungare la lista?

Come si diventa traduttori

Premessa

Per diventare traduttori non basta sapere le lingue. Avete fatto un liceo linguistico? Magari avete pure tradotto una ricetta per vostra madre o un paio di canzoni per il vostro amico? Ecco, NON siete traduttori. Detesto leggere di persone che vogliono “arrotondare” un po’ facendo “qualche traduzione”. Tradurre è un mestiere come gli altri: non credo che a nessuno verrebbe in mente di fare il medico generico per qualche mese perché tanto ha studiato biologia al liceo. O sbaglio?

Prima di tutto

Occorrono, dunque, alcuni requisiti fondamentali:

  • sapere almeno una lingua straniera (ho detto che non basta, mica che non serve!)
  • sapere la propria lingua (e non è così scontato: la si deve conoscere proprio bene, perché si tradurrà sempre verso di essa, quindi occorrerà essere in grado di produrre un testo ben scritto)
  • avere la passione per la traduzione: bisogna aver voglia di concentrarsi sulle singole parole, di fare ricerche terminologiche, di lavorare sul testo con pazienza e accuratezza

Formarsi

Se si possiedono questi requisiti preliminari, bisogna passare a studiare per diventare traduttori: ci sono teorie e tecniche da conoscere, che non si possono improvvisare. Una scuola per traduttori e interpreti o un corso di laurea più o meno equivalente sono caldamente consigliabili. Non nego che molti professionisti che ho conosciuto virtualmente nelle community di traduttori siano diventati tali per altre vie, con anni di esperienza. Però nessuno ha potuto fare a meno di studiare.

E non intendo dire che basta studiare per gli esami: bisogna leggere tanto, nella propria lingua e in quelle straniere che si conoscono, per acquisire competenze linguistiche e competenze in qualche settore in cui ci si voglia specializzare.

Perché specializzarsi è il passo successivo: scegliete qualche campo che vi piace, e con cui avete già familiarità. Il resto verrà (quasi) da sè.

Lavorare

L’ideale sarebbe lavorare, almeno inizialmente, in un’agenzia di traduzioni. Come minimo, ci vorrebbe uno stage come quello che ho fatto io. Qui si impara a gestire un progetto, dalla ricezione alla consegna, e, soprattutto, si impara da persone con maggiore esperienza.

In questa fase, occorre soprattutto saper lavorare con scadenze spesso molto brevi e, quindi, sotto pressione. La familiarità con internet e gli strumenti che offre è fondamentale.

Poi, se si pensa di essere in grado di fare tutto questo da soli, se si hanno buone capacità di marketing e se si ha un po’ di spirito imprenditoriale ci si può mettere in proprio, svolgendo una professione freelance.

PS. Bazzicare comunità virtuali come, ad esempio ProZ, è molto utile; leggere gli articoli di Simon Turner, quasi obbligatorio. Fare qualche domanda a Biblitra è senz’altro possibile! 🙂

Quando l’interprete non è un professionista…

So che è vecchio, ma questo video non può mancare in un blog sulla traduzione!

Pensiero

 

 

 

 

Non permettete alla lingua di oltrepassare il pensiero.” -Anton Pavlovic Cechov (1860-1904), narratore e drammaturgo russo

E io aggiungo: “Ma nemmeno il contrario: c’è sempre un modo per dire ciò che si ha in mente, e spesso più di uno. Basta sapere dove cercare, e, soprattutto, come scegliere.”

La poesia della traduzione

Tradurre, dal latino traducere far passare, da trans al di là, e ducere condurre (tratto da qui)

Mi piace molto l’etimologia di questa parola. Anche nelle altre lingue, dalla translation inglese (che a noi italiani suggerisce in modo vivo l’idea di traslazione, di spostamento) alla übersetzung tedesca (che, infatti, può essere anche un verbo separabile, con lo stupendo significato di traghettare, passare, o far passare, da una sponda all’altra).

Il traduttore, allora, altro non è che un traghettatore di parole. Tuttavia, le sponde tra cui si muove non sono solo due lingue diverse: sono due mondi, due culture diverse. E lui sa vedere le parole che di volta in volta trasporta con gli occhi degli abitanti di entrambi questi mondi.

Diario di una stagista nel settore della traduzione

Visto che potrebbe essere utlile a qualcuno, riporto qui il racconto della mia esperienza di stage in un’agenzia di traduzioni, tratto dal mio precedente blog. È stata un’esperienza davvero molto bella, per quanto mi riguarda: si impara tantissimo e si scoprono aspetti della professione che è impossibile apprendere a scuola.

L’inizio

Oggi sono andata a colloquio nell’agenzia di traduzione e interpretariato che ospiterà il mio stage universitario. 325 ore a mia disposizione per guardare tutto il guardabile, ascoltare tutto l’ascoltabile e apprendere tutto l’apprendibile…Spero davvero che questo possa essere il “giorno 0” della mia carriera di traduttrice!

Gioie e dolori dei primi due giorni

Ed eccomi qui: finalmente posso raccontare del mio stage. Ho iniziato ieri, e ne sono entusiasta: non che sia andato tutto alla perfezione, ma avverto un’utilità in tutto, e mi rendo conto che faccio davvero quello che desidero ormai da tempo, che è questa la mia strada. Cosa non è andato bene? Beh, prima di tutto il fatto che ieri mi siano state “appioppate” delle simpatiche traduzioni sulle pese industriali, colme di termini che, ovviamente, non conoscevo. Poi, messa di fronte alla correzioni di queste traduzioni, ho capito che ho ancora molto da migliorare. Ma, in fondo, sono lì proprio per questo motivo, quindi non mi scoraggio. Oggi, invece, ho tradotto il copione di un episodio di un nuovo cartone animato, e mi è piaciuto molto farlo. Sperando che, lunedì, le correzioni saranno un po’ meno!

Dopo un paio di settimane…

I giorni cominciano a passare. Cominci a imparare i nomi di tutti, cominci a conoscere i loro volti. Cominci ad accumulare informazioni. Cominci a capire come vanno fatte le cose. Cominci a conoscere la vita da ufficio, con i suoi ritmi e le sue storie. Cominci a capire che quelle che all’inizio sembravano correzioni sono, in realtà, consigli di stile impagabili. I giorni cominciano a passare, e, anche se sei stanca, capisci che ciò che è già passato non lo rivedrai mai più, e lo dovrai tenere tutto stretto nella memoria.

Le prime soddisfazioni

“Brava, mi piace proprio questa traduzione.” La mia responsabile non poteva farmi complimento migliore!!

Gli ultimi giorni

Mi dispiace non avere più aggiornato questo diario, ma ci sono ancora! Sempre più incasinata, ma in dirittura d’arrivo…Lo stage sta per finire, il semestre pure.
Già fatti: tante corse per Milano, tante traduzioni, tanta esperienza, e, spero, un’amica in più.
Da fare: tre esami da non frequentante, le ultime traduzioni, gli addii (ma questi spero di riuscire a trasformarli in arrivederci!).
È stata un’esperienza stupenda, ricca di soddisfazioni. Tra l’altro, mi sono stati fatti molti complimenti […].

La fine dello stage

E così, con la mia prima serata “mondana” (nel senso che ho conosciuto un paio di doppiatori e registi del doppiaggio!) e un po’ di commozione, si è concluso il mio stage. Per la cronaca, ci siamo accordate per una collaborazione esterna mentre finisco gli studi, e poi…si vedrà!

Le mie più sentite scuse a chi traduce South Park!

Non sono ancora una professionista, lo so, ma una “deformazione professionale” ce l’ho già: quando guardo un film o un telefilm, che sia al cinema o in televisione, mi ritrovo a chiedermi come potrebbe essere l’originale, il perché una frase è stata tradotta in un certo modo, le difficoltà incontrate in fare di adattamento dei dialoghi al labiale. Non sono un’esperta in quest’ultimo campo, ma ne so qualcosa, avendo visto i pochi copioni che ho tradotto necessariamente modificati in fase di adattamento per il doppiaggio.

In ogni caso, l’altra sera il mio cervellino ha lavorato più del solito, a causa di un episodio di South Park, il primo dell’undicesima stagione: “Le mie più sentite scuse a Jesse Jackson” (“With Apologies to Jesse Jackson”). Lo potete vedere per intero qui.

Premetto che ammiro molto chiunque traduca questo genere di cartoni animati, pieni zeppi di slang e giochi di parole. Questo episodio in particolare, poi, deve aver creato non pochi problemi, soprattutto perché c’è di mezzo la parola da indovinare nel gioco televisivo “La ruota della fortuna”. Ovviamente è stata lasciata in inglese, perché era impossibile trovare una parola italiana adeguata (per non essere volgare, non riporto quella originale, ma ci siamo capiti).

Tuttavia, forse erano tanto concentrati su questo problema da dimenticarsi che:

to annoy (nella definizione della manche finale del gioco) non significa “annoiare”, ma “infastidire”, “seccare”, “disturbare”…insomma, ci sarà pur stato un termine che si adattava al labiale!

at the end of the day non si traduce “alla fine della giornata”, ma “alla fin fine”…

Beh, guardando i disastri fatti con la seconda prova della maturità proprio ieri, direi che c’è decisamente di peggio!!

Voci precedenti più vecchie

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