Eindeutig uneindeutig

Quest’oggi ho seguito con molto interesse il convegno “Eindeutig Uneindeutig“, organizzato presso l’Università Statale di Milano: 8 conferenze incentrate sul tema dei linguaggi specialistici.

Il punto centrale del dibattito era dimostrare come i linguaggi specialistici (in senso ampio: da quello politico a quello medico, passando da quello economico) abbiano delle caratteristiche particolari (a tutti i livelli: lessicale, sintattico, testuale) tali da porre delle difficoltà specifiche nella loro traduzione; queste difficoltà, a loro volta, dovrebbero stimolare una riflessione sul metodo didattico impiegato nella formazione dei traduttori tecnici, i quali devono essere in grado di comprendere tanto la terminologia, quanto il contesto di produzione e fruizione dei testi.

Le conferenze sono state tenute da professori provenienti dalle università di Bologna (Forlì), Torino, Trieste e Milano. In quest’ultimo gruppo rientravano tre professori di cui ho avuto il piacere di seguire diversi corsi, in questi anni: Marina Brambilla, Piergiulio Taino e Tomas Briest.

Particolarmente interessante, a mio parere, il contributo della prof. Brambilla, che ha dimostrato come, spesso, i dizionari generici non solo evitino di riportare numerosi termini tecnici (com’è accettabile che sia), ma che talvolta li includano, traducendoli in modo errato o, comunque, molto impreciso.

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Non mi sopporto più!

Okay, un po’ di deformazione professionale ci sta.

E va bene, mettiamoci pure dentro parecchia pignoleria.

Il problema? Notare involontariamente, ma continuamente, errori e imperfezioni delle traduzioni altrui.

Credevo di aver trovato la cura: leggere libri solo nella loro lingua originale e cercare di reperire anche film “così come regista li ha fatti”.

E invece oggi ho avuto una ricaduta. Con un gioco di società appena regalatomi: Munchkin. Una traduzione piena di trovate geniali, piena di giochi linguistici davvero interessanti. E poi quell’assurda banalità: “HEI“. Ehi. Si scrive “ehi”. Sono gli inglesi che mettono l’H davanti a tutto…Hey, Ha Ha, He He, e via dicendo.

Possibile che io mi lasci innervosire da una piccola, innocente, lettera dell’alfabeto?

Non dovrei, lo so.

Ma qui non c’è rimedio! Anche perché né i miei amici né i miei familiari apprezzerebbero dei giochi di società tutti in lingua straniera…per fortuna, aggiungo! Così imparerò a non fare la pignola e a godermi una bella partita in santa pace!! (Si spera…)

Grammatica e cultura: quale rapporto?

Da più di cinquant’anni, la maggior parte dei linguisti ritiene veritiera la nozione di “Grammatica Universale” di Noam Chomsky, secondo la quale le differenze tra le lingue sono solo superficiali, e dovute ai diversi contesti culturali nei quali esse si sono sviluppate; tuttavia, esisterebbero delle nozioni grammaticali “innate” nell’uomo, e quindi comuni a tutti: in altre parole, universali.

Da qualche anno, però, uno studioso, Daniel Everett, ha messo in discussione questa teoria basandosi sulle osservazioni compiute in anni e anni di soggiorno presso una popolazione dell’Amazzionia, i Pirahã. Oltre ad avere uno dei più semplici sistemi fonetici al mondo, per esempio, non hanno una terminologia fissa per i colori, né parole che traducano i nostri “tutti”, “ciascuno”, “alcuni”, ecc. (che, secondo gli universalisti, sarebbero da annoverare tra gli universali grammaticali). Il loro sistema di numerazione possiede solo tre concetti: “uno”, “due” e “molti” (anche se perfino in questo caso il loro uso non è fisso); infine, i Pirahã non sono in grado di inserire le proposizioni l’una nell’altra per unirle in una singola frase: anche questa, secondo Chomsky, dovrebbe essere, invece, una capacità innata. A ciò si aggiunge il fatto che, a differenza di altri popoli con alcune caratteristiche analoghe (in particolare il sistema di numerazione), i Pirahã non apprendono nuove nozioni (come, ad esempio, i numeri da uno a dieci). Secondo Everett, essi si rifiutano di farlo perché non accettano nulla di ciò che proviene dall’esterno; inoltre, essi accettano solo ciò che possono vedere, cioè ciò che percepiscono nell’esperienza immediata e diretta, e non concepiscono l’astrazione. Per tutti questi motivi, Everett utilizza il caso di questa popolazione come prova che la cultura influenzi la grammatica, fino alle strutture più profonde.

Qui c’è un bell’articolo a riguardo.

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