Grammatica e cultura: quale rapporto?

Da più di cinquant’anni, la maggior parte dei linguisti ritiene veritiera la nozione di “Grammatica Universale” di Noam Chomsky, secondo la quale le differenze tra le lingue sono solo superficiali, e dovute ai diversi contesti culturali nei quali esse si sono sviluppate; tuttavia, esisterebbero delle nozioni grammaticali “innate” nell’uomo, e quindi comuni a tutti: in altre parole, universali.

Da qualche anno, però, uno studioso, Daniel Everett, ha messo in discussione questa teoria basandosi sulle osservazioni compiute in anni e anni di soggiorno presso una popolazione dell’Amazzionia, i Pirahã. Oltre ad avere uno dei più semplici sistemi fonetici al mondo, per esempio, non hanno una terminologia fissa per i colori, né parole che traducano i nostri “tutti”, “ciascuno”, “alcuni”, ecc. (che, secondo gli universalisti, sarebbero da annoverare tra gli universali grammaticali). Il loro sistema di numerazione possiede solo tre concetti: “uno”, “due” e “molti” (anche se perfino in questo caso il loro uso non è fisso); infine, i Pirahã non sono in grado di inserire le proposizioni l’una nell’altra per unirle in una singola frase: anche questa, secondo Chomsky, dovrebbe essere, invece, una capacità innata. A ciò si aggiunge il fatto che, a differenza di altri popoli con alcune caratteristiche analoghe (in particolare il sistema di numerazione), i Pirahã non apprendono nuove nozioni (come, ad esempio, i numeri da uno a dieci). Secondo Everett, essi si rifiutano di farlo perché non accettano nulla di ciò che proviene dall’esterno; inoltre, essi accettano solo ciò che possono vedere, cioè ciò che percepiscono nell’esperienza immediata e diretta, e non concepiscono l’astrazione. Per tutti questi motivi, Everett utilizza il caso di questa popolazione come prova che la cultura influenzi la grammatica, fino alle strutture più profonde.

Qui c’è un bell’articolo a riguardo.

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9 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. licia
    Ott 16, 2008 @ 12:39:14

    Ti consiglio The Stuff of Thought di Steven Pinker, sottotitolato Language as a Window into Human Nature,/i>, tra l’altro ci sono un paio di pagine proprio sui Pirahã e perché in certe lingue non c’è la necessità di un sistema per contare, perlomeno non come lo intendiamo noi.

    Rispondi

  2. licia
    Ott 16, 2008 @ 12:39:59

    riposto con la formattazione corretta:

    Ti consiglio The Stuff of Thought di Steven Pinker, sottotitolato Language as a Window into Human Nature,, tra l’altro ci sono un paio di pagine proprio sui Pirahã e perché in certe lingue non c’è la necessità di un sistema per contare, perlomeno non come lo intendiamo noi.

    Rispondi

  3. biblitra
    Ott 16, 2008 @ 16:22:36

    Ciao Licia, ti ringrazio moltissimo per il suggerimento…Questo genere di cose mi affascina tantissimo!
    Spero di rivederti presto da queste parti.

    Rispondi

  4. licia
    Nov 10, 2008 @ 08:20:23

    Se non l’hai già letto, un altro articolo sul libro di Everett: http://www.guardian.co.uk/world/2008/nov/10/daniel-everett-amazon

    Rispondi

  5. biblitra
    Dic 05, 2008 @ 09:27:16

    Certo, me l’ero già letto tutto! ^^

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