Spaccato di vita quotidiana

Oggi ho aiutato un amico di famiglia, amministratore di una piccola impresa, a stendere una lettera in inglese. Ho trovato il tutto molto istruttivo per ben due motivi:

  1. Ho imparato un’infinità di parole nuove nel giro di 3 ore
  2. Ho avuto modo di osservare la realtà di un “cliente-tipo” di un traduttore, constatando che: 
  • È caduto dalla nuvole quando gli ho detto che per una traduzione di tipo professionale in una lingua straniera sarebbe sempre bene rivolgersi a dei madrelingua
  • Si impuntava per ottenere una traduzione letterale di quello che aveva pensato in italiano, non accorgendosi che stavo semplicemente riformulando le frasi perché suonassero meglio in inglese.

Signori, è dura. Davvero dura.

Annunci

Everything you always wanted to know about translation

In un momento di pausa ho fatto questo esperimento… Ok, la realizzazione non è delle migliori (è il primo -e forse ultimo – video che io abbia mai realizzato!), ma le buone intenzioni c’erano tutte. 

L’idea è quella di “educare” i clienti che acquistano servizi di traduzione senza saperne niente: hanno tutto il diritto di non sapere, è vero, ma secondo me entrambe le parti potrebbero giovare da una comunicazione più efficace e da una comprensione reciproca meno superficiale. Parere personale, eh.

Le vostre opinioni saranno, come sempre, graditissime.

P.S.: scusate se non inserisco direttamente qui il video, ma WordPress oggi non ne vuole sapere!

Un black-out nell’uso della propria lingua?

Mi stupisce sempre, quando leggo traduzioni amatoriali, osservare che la capacità di utilizzare con naturalezza la propria lingua madre viene fortemente inibita quando si traduce. Quando, cioè, si ha davanti un testo in lingua straniera, ci si sente totalmente calamitati da esso, si cerca di stargli tanto aderenti da dimenticare momentaneamente l’uso corrente del proprio idioma, producendo traduzioni poco scorrevoli e piene di espressioni straniere italianizzate.

Questa attrazione è sentita da chiunque, anche dai traduttori professionisti. La differenza tra loro e gli altri è che loro sono allenati a riconoscere quel “richiamo” e ad evitarlo, tenendo sempre presente la propria lingua e le sue normali strutture, e non avendo paura ad allontanarsi dal testo di partenza tutte le volte che è necessario. Una traduzione, infatti (pur tenendo sempre in considerazione la Skopostheorie), dovrebbe avere l’aspetto di un testo “originale”, dando ai suoi lettori la stessa impressione che il testo-fonte dà ai propri.

Rimango sempre perplessa da questo fenomeno: non riesco proprio a spiegarmelo! Parliamo nella nostra lingua quotidianamente, ma basta così poco per provocare un black-out temporaneo? Qualcuno ha qualche spiegazione scientifica da proporre?

Le cose che amo della traduzione (in ordine sparso):

  • Si impara sempre qualcosa di nuovo: bisogna capire l’argomento trattato, ricercarne i dettagli, studiare i concetti che lo caratterizzano.
  • È come una caccia al tesoro: si va alla ricerca della parola migliore, in un continuo susseguirsi di tentativi e ripensamenti.
  • Costringe a spremere a fondo tutte le risorse che si hanno a disposizione per trovare la traduzione di quelle parole che non si trovano sul dizionario.
  • Permette di capire e conoscere meglio la propria lingua e cultura.
  • Permette di capire e conoscere meglio l’altrui lingua e cultura.
  • È una finestra sul mondo; anzi, tante piccole finestre aperte su altrettanti mondi, storie, opinioni.
  • Tiene la mente in costante esercizio.
  • È un’attività molto varia: ogni testo rappresenta un argomento tutto nuovo e nuove sfide da affrontare.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: