Anche i migliori sbagliano

Guardate un po’ questa foto:

È lui, il celebre Mosè di Michelangelo, che si può ammirare a Roma, nella chiesa di S. Pietro in Vincoli. Vi siete mai chiesti come mai ha le corna?

Per un errore di traduzione.

Ebbene sì, anche i migliori sbagliano: fu lo stesso San Girolamo, ora patrono dei traduttori, a rendersi colpevole di questa svista. Wikipedia ce la spiega così:

Famoso è il controverso dibattito sorto sulle corna poste sul capo di Mosè in diverse opere artistiche, come ad esempio l’omonima scultura di Michelangelo.

Questa caratteristica iconologica deriva dal passo di Es34,29, che nel testo originale ebraico (testo masoretico) riferisce che, dopo aver ricevuto da Dio le tavole dei dieci comandamenti, Mosè ignorava che la sua pelle era ‘raggiante’ (verbo ebraico qrn). La radice trilittera indica generalmente l’idea di radialità, che può così indicare una ‘irradiazione’ luminosa. L’interpretazione data dagli attuali esegeti è che l’autore volesse indicare appunto che il volto di Mosè era luminoso, irradiante luce.

Le stesse radici però si ritrovano nel sostantivo ‘corno’, che parte radialmente dalla testa degli animali. Quando Girolamo tradusse il testo ebraico in latino nella vulgata, la versione della Bibbia ufficiale per secoli nella chiesa latina, adottò questa lezione, traducendo “ignorabat quod cornuta esset facies sua”, cioè “ignorava che la sua faccia fosse cornuta”. Ciò è stato per secoli fonte d’ispirazione per diversi artisti, fra cui il soprannominato Michelangelo Buonarroti.

Con la diffusione dello studio delle lingue originali della Bibbia ha preso progressivamente piede la consapevolezza che la traduzione di Girolamo era sbagliata. Molti pittori però hanno faticato ad allontanarsi dall’iconografia tradizionale di Mosè ‘cornuto’, e si arrivò al compromesso di raffigurare il volto di Mosè con due fasci di luce, tipo corna, che partivano dalla sommità del capo.

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Oggi tocca a me parlare della crisi

Oggi voglio parlare anch’io della crisi. Sì, la crisi finanziaria che tanto ci affligge e tanto ci fa discutere.

Come vivono la crisi, i traduttori?

Beh, a quanto pare, non se la passano così male: secondo il Reader’s Digest, la nostra sarebbe una delle 9 “recession-proof careers” (carriere a prova di recessione, letteralmente), rientrando tra gli “International Business” che, oltrepassando i confini nazionali sotto molti punti di vista, se la caveranno al meglio.

Certo, sono in molti ad essere titubanti. E qualcuno inzia a chiedersi se sia il caso di abbassare i propri prezzi: per fortuna, la risposta, piuttosto unanime, sembra essere “no” (anche il sondaggio presente sulla stessa pagina la dice lunga), anche dall’altra parte dell’Atlantico: leggete, per esempio, questo e questo post di Corinen McKay, o quanto ha sostenuto Jill Sommers.

Infine, ci sono i soliti pessimisti. O, forse, sono solo gli incompetenti che, peraltro, saranno gli stessi che abbasseranno le loro tariffe; ma anche quelli che, se tutto va bene, la crisi si porterà via: io sono tra gli ottimisti!

Dentro la rete

Ho imparato una cosa nell’ultimo mese: che crearsi una rete di contatti è una delle basi di una professione come quella del traduttore.

Il passaparola, innanzitutto, è molto importante: prima o poi la notizia che voi siete dei traduttori arriverà all’orecchio di un potenziale cliente.

Altrettanto importante è costruirsi una rete di contatti virtuale: esistono innumerevoli modi per farsi conoscere in internet. Un sito che sfrutta a pieno questa idea è senz’altro LinkedIn, così come altri social network analoghi che, però, non conosco personalmente. Altra cosa fondamentale è frequentare delle community “di nicchia”, relative al proprio settore: forum, gruppi di discussione… In questo modo ci si tiene aggiornati, ci si scambiano informazioni e si dimostra (o addirittura consolida) la propria competenza in materia.

P.S.: A proposito, chi volesse entrare nella mia “rete di contatti virtuale” trova il mio profilo LinkedIn qui. 🙂

Il caso The Millionaire: non cosa, ma perché

Da un po’ di tempo, ormai, se ne parla. E dopo che il film ha portato a casa ben otto Oscar, si è creato un vero e proprio caso.

Il caso della traduzione di The Millionaire.
(peraltro, ci sarebbe anche da capire come mai per l’Italia è stato scelto un titolo in inglese, ma diverso da quello originale…!)

Cito dall’articolo linkato, giusto per arrivare al nocciolo della questione:

Il riferimento è alla scena in cui la madre dei protagonisti viene uccisa a bastonate da un gruppo di assalitori, e una voce fuori campo grida «Sono musulmani, scappiamo!», mentre la versione originale inglese è completamente diversa: «They are muslims, get them» («Sono musulmani, prendeteli!»). 

Concordo con le proteste: non si tratta di una parolina sbagliata, è stata travisata un’intera parte del film. Tuttavia, vorrei anche cercare di capire come questo sia successo. La mia ipotesi è che sia capitato al traduttore quello che, una volta, è successo anche a me: trovarsi un copione originale quasi totalmente inutilizzabile, poiché gli attori dicevano cose completamente diverse da quelle scritte, e a volte intere scene erano state aggiunte o tagliate; in quei casi, è necessario tradurre quello che si sente, e non è sempre facile. Nonostante l’errore sia grossolano, capisco almeno da cosa possa essere scaturito. Ovviamente, a ciò si aggiunge il fatto che nemmeno l’adattatore se ne sia accorto, ma questa è un’altra storia ancora: non sempre gli adattatori sanno bene l’inglese, non è (quasi mai) parte del loro lavoro capire tutto ciò che viene detto.

Mah, sarà che mi sono ritrovata anch’io in una situazione in cui il rischio di sbagliare a tradurre era altissimo, e non mi sento di condannare nessuno. 🙂

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