Da dipendenti a indipendenti (quasi sempre)

Voglio dare un nuovo consiglio a tutti coloro abbiano in mente di lanciarsi in una professione freelance (nello specifico, quella di traduttori): provare, prima, a lavorare come dipendenti.

Questa esperienza, oltre al banale dato di fatto che garantisce un reddito sicuro, insegna moltissime cose. Innanzitutto, si imparano cose come: spedire fax, rispondere al telefono in lingua straniera, redigere e-mail professionali, confrontarsi con i colleghi e i con i clienti… Inoltre, si acquisisce la consapevolezza che le proprie azioni hanno un valore, anche nel senso che a ogni nostra decisione corrisponde un risultato economico.

Voglio, però, confessarvi, quello che l’esperienza in una grande azienda sta insegnando, in più, a me: in questi mesi ho capito che

  • non mi piace lavorare all’interno di una gerarchia
  • so lavorare in squadra, ma preferisco di gran lunga “giocare da sola”: non apprezzo il fatto di non essere autonoma nelle mie decisioni
  • se penso che potrei svolgere il lavoro dei miei sogni in casa mia, magari seduta in giardino con un bel succo di frutta, mangiando ai miei orari e soprattutto non in una mensa… diciamo che l’ufficio non mi sembra certo un luogo desiderabile!

Mettiamola così: se non altro, era giusto provarci. Come ho detto, è un’esperienza che ritengo indispensabile, un passaggio da affrontare quasi obbligatoriamente. Può anche capitare, inoltre, di scoprire che si è fatti per un lavoro più sicuro e strutturato: ricordo di aver conosciuto una ragazza che ha studiato per diventare interprete, ma che poi ha trovato lavoro in un’agenzia di traduzioni e ci è rimasta, avendo capito di non essere idonea al lavoro indipendente.

Annunci

Dato l’entusiasmo per l’omonima trasmissione televisiva…

Ebbene sì, anche il mondo della traduzione ha i suoi record.

AAA Lupi solitari, asociali e individualisti cercansi

Alcuni eventi delle ultime settimane mi hanno spinta a chiedermi se i traduttori che lavorano come freelance siano necessariamente solitari e individualisti. Perché anche queste cose contano, quando devi scegliere il lavoro del tuo futuro: se uno ama stare in compagnia, soffrirà nell’intraprendere una professione in cui si è spesso soli? Se uno preferisce prendere le decisioni in gruppo, senza assumersi tutte le responsabilità che ne derivano, è una persona adatta a un lavoro freelance?

Io credo che i traduttori non siano affatto persone solitarie e/o asociali. Io, almeno, non lo sono, e mi pare di essere in buona compagnia. Peraltro, l’avvento di internet e delle communities ha reso possibile anche per chi lavora da solo avere una finestra sul mondo sempre aperta. Inoltre, un traduttore deve necessariamente avere contatti con altre persone (i suoi clienti, come minimo), e deve amare il mondo della comunicazione: altrimenti, che traduce a fare??

Certo, bisogna essere capaci di stare da soli. Su questo proprio non ci piove.

Mi sono anche convinta, però, che occorra anche essere almeno un po’ individualisti: saper fare di testa propria, prendere delle decisioni autonomamente, essere capaci di lavorare senza un team alle spalle e senza un capo che dia le direttive. Ecco, questo è un punto critico: non riesco a capire se la mia visione delle cose sia troppo netta ed estrema, o semplicemente realistica. Mi rendo conto, infatti, che spesso, soprattutto nelle aziende, si cerca l’esatto opposto di quanto ho descritto: persone che siano in grado di lavorare in gruppo, di rispettare l’autorità… Ma, secondo me, queste non sono qualità in senso assoluto; o, meglio, se le si possiede tanto meglio, ma occorre anche saper fare il contrario, in certi casi! Sbaglio?

Mi piacerebbe ricevere commenti in merito a questo, quindi fatevi avanti!

Let’s keep in touch

Ecco un interessante video sui feeds RSS:

O, detto in altre parole: siete tutti invitati a cliccare sui miei feeds! 🙂 [su, non fate finta di non vederli, sono proprio là, in cima a questa pagina…]

Come si diventa traduttori / parte V

[Qui ci sono la I, la II, la III e la IV parte]

La maggior parte dei traduttori non riesce, e spesso non vuole, trovare lavoro in un’agenzia. Ci si ritrova, dunque, a scegliere di lavorare come freelance, con partita IVA. Questo diventa obbligatorio se il proprio reddito supera i 5000 euro: al di sotto di questa cifra, è possibile effettuare anche delle prestazioni occasionali.

Ora, il punto è: come sempre, improvvisare è estremamente rischioso. Il mio consiglio (che, al solito, sto testando sulla mia pelle) è quello di informarsi a fondo, comprarsi dei libri per comprendere che cosa comporti diventare professionisti autonomi. Per esempio, bisogna capire che occorrerà essere in grado di affrontare anche la parte amministrativa e burocratica del proprio lavoro, così come prepararsi a promuoversi e trovare dei clienti basandosi solo sulle proprie forze. Insomma, è preferibile sapere esattamente cosa si affronterà, nel caso si decidesse di proseguire nei propri intenti.

Una proposta: bandire l’avverbio “assolutamente” dalla TV italiana

Propongo una disintossicazione dall’avverbio assolutamente!

Questa parola dev’essere bandita dai media per almeno una settimana, vi prego!

Non se ne può più!

Guardate questo articolo apparso nel 2003 sul sito dell’Accademia della Crusca: la tendenza in crescita dell’uso/abuso di questa parola non ha subito alcuna inversione, ma, anzi, direi che si è ulteriormente accentuata. Ed è ora di dire basta… Che ne dite?

Traduzione e poesia. Spunti sparsi

Invece di prepararmi per uscire, mi ostino a fare qualche ricerca su Google. Oggi mi sto interessando al rapporto tra lingua e poesia. Trovo, così, delle parole che mi affascinano molto…

Nel corso della mia esperienza di traduttore mi sembra di aver individuato tre o quattro punti decisivi.
Il primo è che la traduzione è un fatto empirico e non teorico e questo essenzialmente perché la lingua è una questione viva. Esiste una teoria della traduzione che da duemila anni dice più o meno le stesse cose, ma la natura della traduzione è quella di essere un’attività concreta.
Il secondo punto riguarda la capacità della lingua d’arrivo; il traduttore deve essere tutto “abitato” dalla lingua in cui scrive e la traduzione deve nascere da un amore per la lingua, altrimenti cosa si scrive a fare?
Poi direi, come terzo aspetto, che ciò che la traduzione deve salvare è il “movimento” del testo, dove per “movimento” mi sembra che si possa intendere il ritmo, il lessico e il significato del testo per il presente. Baudelaire, ad esempio, scrive in alessandrini ottocenteschi; se io oggi traducessi il testo in un italiano dell’Ottocento credo che lo ucciderei perché non lo renderei pienamente fruibile per il lettore contemporaneo. Il problema che si pone dunque è come rendere “presente” il testo al lettore.
L’ultimo aspetto è quello che riguarda la frequentazione. Per tradurre testi poetici bisogna leggere molta poesia, ma non è necessario essere poeti. Se pensiamo a un grande traduttore come Leone Traverso, dobbiamo riconoscere che le sue traduzioni sono di fatto poesie anche se lui non ha mai scritto versi suoi… non è un caso che poeti e traduttori di poesia abbiano da sempre frequentato gli stessi ambienti.

[…] La traduzione nasce dall’esperienza del limite per cui siamo continuamente obbligati a tradurre. Se tu mi dici “mamma” io devo in qualche modo tradurre, cioè interpretare, il significato di questa parola. Se fossimo in Paradiso non ci sarebbe bisogno di traduzione perché non ci sarebbe questa resistenza nel comprendersi. In questo senso, da un lato è vero che la traduzione serve per comunicare un’esperienza. Dall’altro lato però è anche vero che la poesia si scrive e si traduce perché è l’opera stessa che chiede di essere creata, uno lo fa perché deve. Indipendentemente dal modo in cui si sceglie di dare voce a un testo, la motivazione sia della scrittura sia della traduzione è dare la propria vita all’opera.

http://www.eurac.edu/Focus/TheTranslation/Translation_rondoni_it.htm

Voci precedenti più vecchie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: