Congiuntivi e TV vicini al divorzio?

Non voglio fare nomi, non voglio puntare il dito contro nessuno e non voglio fare polemica.

Ma lamentarmi, questo sì.

Perché quando mi metto comoda sul divano, intenzionata a godermi da spettatrice uno dei tanti “docu-reality” trasmessi dalla nostra TV, non mi merito di sussultare e sobbalzare ogni cinque minuti a causa di un mancato congiuntivo! “Penso che è…” “Credo che sei…”: accidenti, ma perché questi scivoloni, che degradano di giorno in giorno non solo i programmi televisivi che li ospitano, ma anche la lingua che ci abituiamo, piano piano, a considerare accettabile? Non se ne poteva proprio fare a meno?

Per restare in argomento, vi propongo per intero un bell’intervento pubblicato sul blog “Willy’s blogs”. È di qualche anno fa, ma sempre (più) attuale…

Dicono che il congiuntivo è morto. È vero? Supponiamo, per assurdo, facendo un gioco di immaginazione che ci troviamo al suo funerale: al cimitero. A dire il vero, non ci deve essere molta gente perché altrimenti non è morto visto che i verbi, come i nomi propri, spariscono solo quando non c’è più nessuno che si ricorda di loro.

Al congiuntivo hanno riservato tutta una collinetta, quasi che si deve metterlo in quarantena per evitare incresciosi equivoci e imbarazzanti errori che possono poi finire con rimproveri o, peggio, tristi qualificazioni. Il congiuntivo infatti è un ospite scomodo, una barriera separatrice delle classi sociali: l’elemento che discrimina chi conta, chi è famoso e di successo, da chi invece resta un qualsiasi nessuno privo di importanza. Insomma, discrimina chi sta dietro la televisione da chi ci sta dentro. Vorrei che provate a dire un paio di congiuntivi a posto loro mentre siete nella Casa, sull’Isola o nella Fattoria: si che vediamo allora chi è il prossimo a uscire.

Non ci sono parenti al funerale del congiuntivo, perchè il condizionale non solo è sempre incerto ma a dirla tutta ha già un piede nella fossa e teme che può essere il prossimo. L’indicativo è troppo impegnato a festeggiare il suo trionfo, perché la gente non si dimenticherà mai di lui pena essere poi costretta a rifugiarsi nei sogni o nella memoria tra passato più o meno remoto a seconda della latitudine, raramente prossimo ma tanto imperfetto e un futuro sempre incerto. Imperativi ce ne sono sempre pochi, soprattutto lontani dalla campagna elettorale o dalle chiese, e gli infiniti sono un po’ trasognanti, sempre con la testa tra le nuvole mai precisamente coniugati e inoltre hanno un po’ l’aria da grande tragedia inglese (Essere o non Essere?) o poco politically correct primitiva ignoranza (badrone essere tanto tanto bravo).

Così al funerale del congiuntivo ci sono solo fiori, belli, rossi e profumati nella tranquilla giornata di primavera, cielo azzurro e il sole splendente. Quattro becchini si stanno rimboccando le maniche affinchè la bara viene calata nella fossa senza scossoni: non si sa mai: e se è una specie di vaso di Pandora da cui, rimosso il coperchio, ne può uscire un maestro delle elementari vecchio stampo con baffetti e abbecedario di pinocchiesca memoria? Poi bacchettate sulle dita e tutti rimandati a settembre. Roba d’altri tempi.

Il giorno che il congiuntivo è morto il paese si è accorto all’improvviso che nulla gli resta se non l’indicativo presente. Il passato svanisce nella reinterpretazione dell’oggi, dimenticato davanti alla rusticità linguistica dell’ultimo Reality Show. Anche gli oroscopi hanno smesso di dare consigli più longevi di una giornata per non rischiare il futuro. In verità si tratta di una morte annunciata e i titoli sui quotidiani non devono stupire nessuno.

Non che c’è molta gente che può accorgersene, in ogni caso.

Il giorno che il congiuntivo è morto è una bella giornata. L’eterno presente fa la fortuna di chi vende giovinezza lampadata, stiracchiata dai lifting e trapiantata in testa: le signore sono felicemente illuse di non invecchiare mai giorno dopo giorno, con ombelichi rugosi in bella mostra, e i politici gioiscono, mica solo per i capelli: a forza di oggi e oggi anche le promesse per il domani vengono dimenticate.

Fonte: http://blog.gardiol.org/index.php?entry=entry060526-001657

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3 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. Silvia
    Mag 28, 2012 @ 20:56:13

    Mi unisco al lamento! Hai mai provato a seguire qualche documentario degli anni ’60-’70? Voce intonata, pronuncia corretta senza inflessioni e soprattutto l’italiano corretto e il congiuntivo. Ormai oggi è un optional anche per chi dovrebbe dare il buon esempio: giornalisti, insegnanti, classe dirigente in genere, quelle figure dalle quali una volta potevi imparare anche se avevi fatto appena la quinta elementare.

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  2. Valeria
    Mag 29, 2012 @ 13:42:33

    La risposta, forse, sta nel fatto che sempre meno professionisti lavorano nel campo della traduzione audiovisiva e sempre più spesso gli adattamenti vengono affidati a ragazzotti privi di esperienza.
    Glisso sulla “professionalità” di molti studi di doppiaggio dove ormai entra in sala chiunque riesca ad aprire la bocca.
    D’altronde non si può vivere lavorando a 2,30 euro lordi al minuto (una delle ultime tariffe che mi sono state offerte).
    Scusate l’astio, ma vedere così ridotto un campo nel quale lavoro ormai da 15 anni mi fa male.

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    • biblitra
      Mag 29, 2012 @ 15:20:50

      Ciao Valeria,
      grazie mille per l’interessante testimonianza e non scusarti! 🙂
      Per fortuna la mia esperienza nel settore, per ora, è stata sempre più o meno positiva, nel senso che raramente mi sono state proposte tariffe ridicole, e mai fino a questo punto.
      Non immaginavo nemmeno che sempre più adattamenti venissero affidati a persone inesperte, dato che, se è già difficile improvvisarsi traduttori, non oso immaginare come si faccia con l’adattamento!

      Chiara

      Rispondi

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