La fine di un’avventura

Con questo post, chiudo ufficialmente, seppure a malincuore, l’avventura di “Traduzioni e altre storie”.

Il blog rimarrà aperto, a disposizione di chiunque abbia bisogno delle risorse che contiene, ma non sarà più aggiornato.

Il motivo? L’avvio di un nuovo blog contenuto all’interno del nuovo sito che ho appena lanciato, e che parlerà di comunicazione più in generale. Spero che vorrete seguirmi e commentarmi anche in questo nuovo viaggio… vi aspetto!

http://chiarafoppapedretti.it

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Come imparare il finlandese e godersi di più la vita!

Lasciando perdere il titolo volutamente ironico… Negli ultimi giorni, mi sono imbattuta in due articoli molto interessanti, per quanto diversi, e ve li vorrei segnalare.

Il primo che vi presento è questo, e  parla del cosiddetto “work-life balance“, un argomento che avevo affrontato anch’ io non molto tempo fa. Lo fa, però, da una prospettiva totalmente nuova, che mi sento di poter abbracciare in pieno.

It is not work-life balance—it is all intertwined. It’s simply life.

Il secondo articolo, che trovate qui, parla invece di come la musica metal (che ormai avete capito essere una delle mie passioni) aiuti e incentivi persone da tutto il mondo a imparare le lingue scandinave, poco note e poco diffuse, ma estremamente affascinanti e musicali.

[They] channel a love for the metal genre into the pursuit of learning an obscure tongue.

Costruire un glossario, metodo “Biblitra”

È da qualche tempo che cerco uno strumento – gratuito, ovviamente! – per costruire dei glossari, e magari poterne disporne on-line, ma  in forma privata (per non “regalare” il mio lavoro a chiunque). Creare un glossario in internet, infatti, ha un sacco di vantaggi, dal mio punto di vista:

  • vi si può accedere da dovunque
  • si possono aggiungere agilmente foto, link e quant’altro
  • lo si può condividere facilmente, nel caso si abbia la necessità di farlo
  • gli si può dare una veste grafica un po’ accattivante, il che serve al buon umore!

Ma veniamo al punto: io non l’ho trovato.

Tempo fa avevo pensato di usare Google Docs, ma, dopo poco, l’ho abbandonato perché è diventato subito molto lento, non appena ho cominciato ad aggiungere voci ai miei file. Inoltre, mi sono accorta che mi sarebbe piaciuto svolgere con maggiore immediatezza delle ricerche su tutti i miei glossari contemporaneamente: come sappiamo, una parola può avere traduzioni, e perfino significati diversi, in contesti differenti.

Ecco perché mi sono inventata una soluzione che, per ora, pare funzionare: un blog.

Come ho fatto:

  1. Ho aperto un blog sulla piattaforma Blogger, che permette di rendere completamente privato il proprio blog
  2. Ho ristretto l’accesso ai soli autori (cioè io): un domani, potrei modificare velocemente questa impostazione, se lo desiderassi
  3. Ho sistemato la grafica come piaceva a me
  4. Ho modificato le impostazioni, in modo che sulla stessa pagina venissero visualizzati fino a 50 post (per ora non dispongo di 50 glossari, comunque!)
  5. Ho iniziato a copiare e incollare i miei glossari: uno in ogni post, in modo da poterli facilmente individuare tramite il titolo e le etichette
  6. Attaverso la cronologia, posso accedere ai singoli glossari; eseguendo una ricerca (Ctrl+F) posso, invece, trovare tutte le ricorrenze di una parola o di un’espressione

E voi, come e dove mantenete i vostri glossari?

How I learn languages – 16, per essere precisi

Imparare 16 idiomi oltre al proprio e sfruttarli tutti e 16 come lingue di lavoro nella propria professione di traduttore?

Possibile.

Questo, almeno, secondo l’incredibile esperienza di Kató Lomb, raccontata in un libro che trovate qui nella sua traduzione inglese: “Polyglot – How I learn languages”.

Ovviamente ora la mia voglia di imparare una nuova lingua aumenta esponenzialmente! In questi giorni sto prendendo in considerazione il polacco, dato che per lavoro ho iniziato ad avere rapporti con alcuni madrelingua… Sarà meglio che ci pensi ancora un po’ su, però! ^^

Il cervello dei traduttori

Paola Emilia Cicerone, nel n. 49 (gennaio 2009) della rivista “Mente & Cervello”, propone un interessantissimo articolo sui meccanismi messi in atto dal cervello durante attività come la traduzione e l’interpretariato.

Si scopre, così, che non si tratta affatto di processi meramente linguistici, ma di attività che coinvolgono diverse aree del cervello: per esempio, traducendo nelle due direzioni opposte (dall’italiano all’inglese e dall’inglese all’italiano, per citare il caso classico), si attivano aree cerebrali differenti. Questo porta anche a stabilire che, per quanto ci si possa avvicinare al perfetto bilinguismo, esiste sempre un’idioma considerato come la propria lingua madre: essa ha delle connotazioni linguistiche che una lingua straniera non ha, poiché il cervello considera quelle parole come associazioni linguistiche.

Mentre in passato, poi, si riteneva che l’area deputata alla traduzione fosse l’emisfero sinistro, dove risiedono i centri di elaborazione linguistica, oggi si sa che anche l’emisfero destro entra in azione, soprattutto negli interpreti, che necessitano di attenzione e memoria nello svolgimento del loro lavoro. Molti interpreti, infatti, prediligono l’input della lingua straniera nell’orecchio sinistro, e controllano con il destro quello che dicono (mentre, generalmente, si usa maggiormente l’orecchio destro): questo li può addirittura portare a tradurre senza realmente ascoltare quello che viene detto.

L’interpretariato rappresenta una grossa fonte di stress: occorrono attenzione, conoscenza approfondita della terminologia e delle diverse strutture che caratterizzano le due lingue, la capacità di rendere lo stile comunicativo di chi parla e, nel caso della consecutiva, la capacità di prendere appunti nel modo più efficace, anche attraverso simboli.

L’articolo si conclude spiegando che si stanno compiendo degli studi in merito alle capacità di chi conosce cinque o più lingue: nel loro cervello, infatti, si potrebbe creare una confusione legata ai numerosi imput.

Facile come…

Lo ammetto: a volte, per incoraggiare/sgridare i ragazzi che vengono da me per fare ripetizioni, mi sono lasciata sfuggire un commento del tipo:

“Ma l’inglese è la lingua più facile che ci sia!”

“Guarda che la grammatica inglese, a livello basilare, è semplicissima da imparare!”

…e simili.

In realtà, forse, non è così. Il motivo principale è che occorre una buona dose di relativismo: una lingua facile per gli italiani potrebbe essere difficilissima per i tedeschi, e una lingua semplice per i cinesi potrebbe non esserlo altrettanto per noi. Ho letto delle interessanti riflessioni a tal proposito in questo articolo, in cui si cita, tra l’altro, la lingua piraha, già citata sul mio blog.

In response to a post concerning the Most Difficult Language, 2009 begins with a post discussing what might be the world’s easiest language, whatever that might mean. A quick scan of the internet yields surprising results which seem to have absolutely no linguistic support. Answers include Spanish, German, Indonesian, Japanese, English, Esperanto and Pirahã. Let us take these latter three propositions.

One could argue that efficiency is a mark of ease of use and the ability to learn a language quickly. Also, the fact that certain languages spread more quickly than others is a valid argument in terms of this efficiency. If this is the case then English would no doubt top the list as the world’s most widespread language, especially if we pay attention to the number of English native speakers together with people who speak English as a second language. But does this justify calling it the easiest language?

Esperanto, the brainchild of Polish-born Ludwik Zamenhof, has an estimated 2 million speakers but few (if any) native speakers, thus the argument used with English is completely invalid here. However, this artificial language was constructed by Zamenhof in order to be easy to learn, especially for many European as Esperanto borrows heavily from Romance, Germanic and Slavonic languages. However, due to the fact that speakers of Esperanto seem to be falling rather than growing is there are justification for learning it?

Pirahã, a language recently made famous by Daniel Everett’s Don’t Sleep, There Are Snakes, is allegedly one of the world’s simplest languages with no numbering system or time references. This obscure South American language is spoken by approximately 400 tribes-people and is a strong contender for world’s easiest language due to its simple grammar and vocabulary. It may perhaps be easy but the motivation for learning such a language might be very low. Practically speaking, does this make it an easy language?

A large number of factors need to be considered before any poll or survey can ever be put together. First of all, in what way are these languages easiest? Easiest to learn? To teach? To understand? To speak fluently? To write and speak effectively? Secondly, easiest for whom? Speakers of Arabic? Speakers of Chinese? Thirdly, usefulness is a major factor. Many languages which are allegedlyeasy to learn may be useless for some learners (although no language can ever be useless for a true linguist). For a native speaker of Polish, Sorbian may be the easiest language to learn but it could also be completely useless.

It could well be that statements such as “this is the easiest language to speak”, or “this is the easiest writing system in the world” are simply untrue without the necessary qualification. What is easy about them? For whom are they easy? What is meant by easy? Are these questions which can never be truely answered?

Fonte: http://transubstantiation.wordpress.com/2009/01/10/worlds-easiest-language/

L’unica crititca che vorrei muovere è che non viene sufficientemente sottolineato il fatto che l’utilità di una lingua è un fattore solo lievemente tangente l’analisi della sua facilità: potrebbe, invece, avere un ruolo più consistente, nel caso ad esso fosse collegata una riflessione sulle possibilità concrete di utilizzo della lingua, fondamentali per tenerla “in allenamento” e migliorarla costantemente (aspetto che non è stato affatto considerato nell’articolo). Ecco perché mi sono permessa di aggiungere una bella sottolineatura laddove, secondo me, ce n’era bisogno. 🙂

Gatti, lingue e risate

Gli utenti di Flickr sapranno che, ogni volta che si carica l’home page del sito, si viene cordialmente salutati in una lingua diversa. Italiano, coreano, farsi, americano e via discorrendo fino a…LOLspeak!

Ebbene sì, ieri sono stata accolta con un bel “O HAI!”, seguito dalla spiegazione “Ora sai come dire ciao in LOLspeak”.

Dopo un attimo di perplessità, sono andata a caccia di informazioni su questa “ridente” lingua (scusate il gioco di parole piuttosto scadente!)…E ho scoperto che si tratta della lingua dei gggiovani (sì, con 3 G) anglofoni, la risposta a chi si lamenta che “le parole inglesi non si leggono come si scrivono”, la consolazione per tutti coloro che si spaventano di fronte alle K e alle abbreviazioni usate dagli adolescenti italiani.

Mi pare di capire che il nome deriva dai Lolcats e i Loldogs, protagonisti di vignette piuttosto diffuse in internet e scritte, appunto, in questa “lingua”. Eccone un esempio:

Se volete imparare a utilizzare il lolspeak, leggete questo simpaticissimo corso accelerato. E per saperne di più, cliccate qui, o forse dovrei dire (ci provo, anche se molto probabilmente sbaglierò)… OMG CHEQ DIS OWT!!!

Voci precedenti più vecchie

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